Comune di Ranica – Informazioni Paese e Turismo

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Dalla preistoria alla dominazione romana

I più antichi reperti rinvenuti sul territorio riconducono all’età preistorica: tra questi si segnalano resti legati allo sfruttamento ed alla lavorazione della selce, che dovrebbero risalire ad un periodo compreso tra il neolitico e l’antica età del bronzo, con una notevole intensificazione dello sfruttamento nell’età del rame (circa 3.000 a.C.). Tuttavia è probabile che queste zone furono frequentate già dal Paleolitico, considerati i ritrovamenti effettuati nei paesi vicini.

 

La torre di Viandasso, antico presidio in tempo romano

Si trattava in ogni caso di insediamenti sporadici, tanto che il livello di antropizzazione rimase molto basso per parecchi secoli: i primi stanziamenti fissi di una certa consistenza risalirebbero invece al VI secolo a.C., quando in quest’area si stabilirono gli Orobi, popolazione di origine ligure dedita alla pastorizia, a cui si aggiunsero ed integrarono, a partire dal V secolo a.C., le popolazioni di ceppo celtico, tra cui i Galli Cenomani. A tal riguardo interessante è la scoperta, effettuata nel 1897 nei pressi del guado del fiume Serio presso Viandasso, di una tomba risalente al II secolo a.C., nella quale erano conservati anche alcuni suppellettili.

Tuttavia la prima vera e propria opera di urbanizzazione fu opera dei Romani, che conquistarono la zona e la sottoposero a centuriazione, ovvero ad una suddivisione dei terreni a più proprietari, a partire dal I secolo d.C.. Questa prevedeva un vicus Larianum nel territorio compreso tra i torrenti Nesa e Gardellone (corso d’acqua che aveva un tracciato differente dall’attuale) e delimitato dalla linea compresa tra Marzanica (nell’attuale comune di Torre Boldone) e Blandatium (l’attuale Viandasso). Questa opera assegnò appezzamenti più o meno vasti a coloni e veterani di guerra, di origine o acquisizione romana, i quali bonificarono i terreni al fine di poterli sfruttare per coltivazioni agricole ed allevamento di bestiame. Di tale epoca numerosi sono le testimonianze ed i reperti, rinvenuti presso le località Ripa, Castello e Viandasso: a tal riguardo emblematica è la situazione venutasi a creare verso la metà del XIX secolo, quando nei numerosi scavi edilizi ed agricoli era solito trovare cose antiche, tanto che i muratori e gli agricoltori del tempo avevano trovato nel canonico Bernardino Gritti Morlacchi un referente a cui consegnare il materiale. Tra queste, notevole importanza ricoprono le cosiddette lucerne di Ranica, considerate uniche nel loro genere, ma anche un balsamario, un poppatoio ed utensili da cucina, collocabili tra il I ed il II secolo d.C. e custoditi presso il Museo Civico Archeologico di Bergamo.

Numerosi gli interventi strutturali effettuati dai colonizzatori romani: in primis la costruzione della strada della val Seriana denominata via Rubra, poi l’insediamento di un presidio militare, presso Viandasso (ai tempi Blandatium), utilizzato come controllo sulla via stessa e sul guado sul fiume Serio, ed infine la tracciatura di un canale artificiale utilizzabile per fini agricoli, ampliato nei secoli seguenti e conosciuto con il nome di Roggia Serio Grande.

Alto Medioevo

Il periodo successivo alla dominazione romana vide la zona soggetta alle invasioni barbariche, con la popolazione costretta a rifugiarsi in postazioni più elevate su colli e propaggini circostanti, in quanto considerate più sicure dalle scorrerie, con conseguente abbandono dei centri abitati.

Nel corso del VI secolo si verificò l’arrivo dei Longobardi, popolazione che si radicò notevolmente sul territorio, influenzando a lungo gli usi degli abitanti: si consideri infatti che il diritto longobardo rimase “de facto” attivo nelle consuetudini della popolazione fino al XV secolo, così come può essere riscontrabile in alcuni cognomi (Gherardi e Roggeri su tutti) e toponimi come il Gromo del Gastaldo. Quest’ultimo, posto sul confine con Torre Boldone, starebbe ad indicare un luogo in cui venne sepolto un alto funzionario longobardo, in quanto gromo, indica un’altura, mentre il gastaldo era un’autorità che assumeva l’esercizio della sovranità giurisdizionale ed amministrativa.

 

Il medievale castello

Nell’VIII secolo ai longobardi subentrarono i Franchi che, al contrario dei predecessori, rimasero estranei alla vita sociale e politica dei territori assoggettati, nei quali instaurarono un sistema feudale, inserito nell’ambito del Sacro Romano Impero. A tal riguardo nel 974 l’imperatore Ottone II investì Ambrogio I, Vescovo di Bergamo, del titolo di Signore delle terre della valle Seriana, sulle quali aveva giurisdizione in ambito civile, penale ed ecclesiastico. Anche i primi documenti in cui viene citato il nome del paese risalgono al X secolo: il primo, un contratto per la concessione temporanea di terre dal Vescovo a due abitanti di Bergamo, è datato 881 (indicato come primo anno di regno di Carlo il Grosso in Italia) e cita tale Andrea di Larianica. Di poco posteriori sono due atti che, stilati nell’898(Berengario è da undici anni re d’Italia), vedono protagonista tale Roteperto de Larianica, estimatore incaricato dal Vescovo a valutare gli effetti di una permuta, citato poi anche in un altro documento del 905.

Di notevole importanza storica è inoltre la causa giudiziaria intentata nel 919 dal Vescovo nei confronti di due abitanti di Larianica, Odelcarda e Arioaldo, di chiara origine longobarda. Questi vennero infatti accusati di appropriazione e di utilizzo indebito di una vigna, e poi condannati in seguito ad un processo che, raccontato dettagliatamente, permette di comprendere molti aspetti della vita di allora.

Di poco antecedente (anno 910) è invece il testo in cui viene menzionato per la prima volta il toponimo di Blandagio, l’attuale Viandasso, citato anche come vico nel985.

Erano anni in cui le varie popolazioni avevano dato vita ad un complesso processo di integrazione, con i Franchi che si affiancarono ai Longobardi, a loro volta precedentemente integratisi su popolazioni di derivazione gallica e latina. Segni della presenza carolingia sono riscontrabili in alcuni capitelli rinvenuti presso Viandasso, ma anche in altri documenti in cui si citano alcuni residenti che vivevano nel borgo secondo la legge salica, codice adottato appunto dai Franchi. Anche l’origine del toponimo Borgosale è da ricondurre a questo periodo, come si evince dalla derivazione Burgo Salii, indicante presenze un nucleo con presenze saliche.

Periodo comunale

Il periodo compreso tra il X e l’XI secolo vide il territorio al centro di un’opera di bonifica, con gran parte dei campi utilizzati per la coltivazione di alberi da frutto. È inoltre documentata la presenza di una seriola (anno 1080), probabilmente l’attuale Roggia Morlana, di una turritiola (1068) e delle comunalia, ovvero un insieme di regole volte a disciplinare la vita economica degli abitanti in una sorta di primordiale organizzazione comunale. A questo si deve aggiungere l’esistenza di un castello nel centro dell’abitato, dotato di fossato, una torre, di murature consistenti e di ampio ambiente con volta a botte, appartenente alla popolazione ed utilizzato come riparo in caso di attacco.

 

La roggia Morlana

Tutto ciò indica come il borgo si stesse sviluppando: la popolazione sentì quindi la necessità di dotarsi anche di un proprio edificio di culto, costruendo una cappelletta dedicata ai “santi Sette fratelli martiri”, subordinata alla Cattedrale di san Vincenzo in Bergamo. Questa, il cui nome compare per la prima volta nel 1260, venne in seguito ampliata, fino a diventare l’attuale chiesa parrocchiale.

Restando in ambito religioso, è da ricordare la presenza nel paese di un riformatore che, noto con il nome di prete Daniele, aderì al movimento della Pataria facendo proseliti tra gli abitanti e distinguendosi in ambito provinciale per le predicazioni. A tal riguardo pare che la zona in cui egli abitava, prese il nome dal movimento stesso venendo identificata come La Patta.

Ben presto però l’autorità vescovile cominciò a rivelarsi opprimente per i borghi che richiedevano una sempre maggiore autonomia: tra il XII ed il XIII secolo Laranica riuscì ad emanciparsi, redigendo quindi una serie di statuti ed ordinamenti ed ergendosi a comune autonomo posto sotto il controllo della città di Bergamo, che la inserì nella circoscrizione denominata “Facta della porta di San Lorenzo”. Questa nuova condizione permise al comune di gestire in autonomia lo sfruttamento dei boschi e dei pascoli, di poter definire confini amministrativi e viabilità e di organizzare liberamente il culto. A questo si aggiunse anche l’utilizzo delle acque sia del fiume Serio che delle rogge presenti sul territorio: tra queste la roggia Serio Grande e la roggia Morlana, che nascevano più a monte e servivano i bisogni delle campagne limitrofe alla città di Bergamo, ma anche le rogge Guidana (fatta realizzare da Guido di Grumello) e Vescovada, tracciata da un consorzio guidato dal Vescovo di Bergamo. Il comune, come riportato dagli Statuti della città di Bergamo redatti nel 1265, era retto da un proprio console, eletto dai capifamiglia e scelto tra le personalità più importanti del paese ed adottò lo statuto della Valle Seriana.

Le lotte di fazione: guelfi e ghibellini

Sul finire del Medioevo cominciarono a verificarsi attriti tra gli abitanti, divisi tra guelfi e ghibellini, che raggiunsero livelli di recrudescenza inauditi. Ranica venne a trovarsi tra i domini guelfi, tanto da essere vittima a più riprese degli attacchi ghibellini. Il primo fatto riportato dalle cronache risale al 20 maggio 1362 quando il nobile cavaliere Merino Dell’Olmo, nell’ambito della lega antiviscontea promossa da Egidio Albornoz, attaccò il castello di Viandasso con un’azione di guerra ben pianificata, lo bruciò, uccise il padrone, e continuò poi con altre fortificazioni della bergamasca.

 

L’ingresso del complesso di Viandasso

La risposta viscontea non si fece attendere, tanto che Bernabò Visconti diede facoltà ad ogni ghibellino di uccidere un guelfo e di incendiarne le abitazioni. A Ranica le famiglie principalmente coinvolte erano i guelfi Tarussi ed i ghibellini De La Sale, che diedero vita a continue schermaglie in cui sovente venivano danneggiate case e coltivazioni della parte avversa, con momenti in cui queste sfociavano in tragedie, come l’uccisione di Antoniolo Tarussi, avvenuta il 25 giugno 1381, a cui fece seguito qualche mese più tardi, l’assassinio di Gerardo de la Sale.

L’apice tuttavia fu raggiunto nel 1380 con quello che è passato alla storia come il Sacco di Ranica. In un anno in cui in tutta la provincia erano stati registrati attacchi ed agguati con decine di morti, il 22 giugno il comandante Giovanni Lisca, fu inviato da Bernabò Visconti in quelle zone note come avamposti guelfi al fine di impartirvi una sonora lezione. In testa ad una truppa di circa 800 soldati, appoggiata da altri 400 guastatori, devastò il borgo bruciando abitazioni, campi e coltivazioni, depredando ciò che era possibile, lasciando dietro di sé una quantità imprecisata di morti e feriti, spostandosi poi nei giorni seguenti nei borghi di Plorzano (l’attuale Borgo santa Caterina in Bergamo) e Comenduno.

L’insostenibile situazione portò gli abitanti e le autorità locali a chiedere un impegno condiviso al fine di favorire la pacificazione: questo portò ad una tregua che, stipulata il 20 settembre 1392, ebbe tuttavia vita breve.

Nel frattempo la località di Biandasso (l’attuale Viandasso), aveva scelto di entrare nell’orbita amministrativa di Bergamo, mettendo a repentaglio l’esistenza dell’intero comune di Ranica, del quale territorialmente sarebbe restato poco. Tuttavia poco tempo dopo la “secessione” fu ricomposta, in seguito alla quale vennero ridefiniti i confini territoriali con i paesi vicini, che andarono ad assumere quella che è l’attuale configurazione.

Nuovi episodi si verificarono nel 1398 quando il capitano visconteo Giovanni Castiglioni da Lucca, l’8 febbraio attaccò e conquistò la fortezza di Biandasso, di proprietà della famiglia guelfa dei Tarussi. Otto giorno dopo però, durante un rifornimento al castello, si verificò un violento attacco guelfo che innescò una feroce battaglia che causò sei morti per parte, più numerosi prigionieri, alcuni dei quali furono condannati a morte ed uccisi cinque mesi più tardi, con i loro corpi esposti per più giorni come monito nel centro della città di Bergamo.

Il livello di recrudescenza pareva non diminuire, con guerriglie all’ordine del giorno delle quali spesso erano vittime i residenti guelfi. A tal riguardo è da annotare l’ennesima scorribanda ghibellina, perpetrata il 19 ottobre 1405 da Facino Cane e Gasparino Visconti con l’aiuto di numerosi esponenti della famiglia Suardi, nella quale vennero uccisi dieci guelfi tra Ranica e Torre Boldone, con devastazioni, ruberie e più di centro prigionieri.

Tutte queste situazioni, unite alle ondate epidemiche di peste del XIV secolo, portarono ad un abbandono delle attività agricole e decimarono la popolazione, che scese a nemmeno 100 unità sul finire del secolo.

La Repubblica di Venezia

 

Villa Adelasio

Il nuovo secolo iniziò con le dispute per il controllo della zona tra Ducato di Milano e Repubblica di Venezia, con il paese decisamente schierato dalla parte dei veneti. La situazione si definì nel 1428, quando la Serenissima ebbe il sopravvento. Questa decise di eliminare tutte le fortificazioni, con le torri che furono utilizzate come abitazioni, dando il via ad un periodo di tranquillità in cui l’intera zona riprese a prosperare, anche grazie alla diminuzione della pressione fiscale ed alla maggiore autonomia. Si svilupparono ulteriormente i commerci e vi fu nuovo impulso per l’agricoltura, l’allevamento e la produzione ed il commercio della lana, situazione che favorì lo sviluppo della piccola imprenditoria tessile.

Nel frattempo la zona aveva acquisito discreta importanza anche a livello commerciale per via dell’esistenza di una strada, la cosiddetta via Mercatorum, che permetteva il passaggio di persone e merci dirette verso la val Brembana, in quei tempi difficilmente raggiungibile utilizzando gli impervi sentieri del fondovalle brembano. Questa strada lastricata si sviluppava dalla città di Bergamo e passando da Ranica in breve arrivava a Nembro ed Albino, da cui saliva fino all’altopiano di Selvino ed Aviatico, poi a Trafficanti (frazione di Costa Serina), ed infine a Serina.

Lo sviluppo proseguì anche nei successivi decenni, con la popolazione che, come riportato nella relazione del comandante veneto Giovanni Da Lezze, crebbe fino a raggiungere 452 unità nel 1596 e 740 della fine del XVIII secolo. Di queste, la quasi totalità svolgeva mansioni legate all’agricoltura, anche se cominciò a svilupparsi una nuova classe sociale benestante. La presenza di quest’ultima è testimoniata dalle numerose ville che sorsero sul territorio: su tutte le ville Adelasio, Lussana, Beretta, Morlacchi, Gamba e Donadoni.

Tuttavia la dominazione veneta era mal sopportata da parte della locale borghesia, tanto che qui si verificò una delle prime rimostranze contro i veneziani. Era il 1793quando Giovanni Maria Gritti, console dell’attiguo comune di Nese organizzò, contro l’elevato prezzo delle farine, una protesta che coinvolse gli abitanti anesiati e ranichesi e che arrivò fino alle autorità della città. L’esito fu negativo, con i promotori imprigionati dal governo cittadino.

Dall’avvento di Napoleone fino ai giorni nostri

 

Gli stabilimenti Zopfi, con a fianco la roggia Serio, dove si svolsero gli scioperi del 1909

 

In ogni caso dopo soli quattro anni l’intera regione, in seguito al trattato di Campoformio, fu assoggettata alla napoleonicaRepubblica Cispadana. Questa nel 1809, nell’ambito di un’ampia opera di riorganizzazione delle realtà comunali, aggregò amministrativamente Ranica alla città di Bergamo. Tuttavia nel 1816, in seguito al passaggio della zona all’austriaco Regno Lombardo-Veneto, Ranica riacquisì la propria autonomia amministrativa. In quegli anni la popolazione crebbe in modo considerevole, passando dai 651 abitanti del 1776 ai 920 del 1861, numero che continuò a crescere in modo costante.

Questo fenomeno si acutizzò ulteriormente a partire dal 1870, anno in cui Gioacchino Zopfi aprì un’azienda manifatturiera posta lungo la Roggia Serio Grande, sfruttandone la potenza idrica. Per capire l’importanza che questa ha avuto per il paese, si consideri che il simbolo di tale azienda, la ruota dentata, appare anche nello stemma comunale. Ma la Zopfi passò alla storia soprattutto per i fatti che vi accaddero nel 1909, quando in azienda iniziò una vertenza tra proprietà ed operai.

Questa vide coinvolti i lavoratori che inizialmente chiedevano la riassunzione di un loro collega, licenziato per attività sindacale, spostando poi la protesta sulle condizioni lavorative ritenute altamente precarie. Per due mesi uno sciopero bloccò la produzione aziendale, richiamando l’attenzione di autorità e stampa anche da fuori dei confini della provincia. Gli scioperanti furono aiutati nella loro iniziativa con collette effettuate nelle altre fabbriche, nei circoli sindacali, in alcuni ambienti religiosi e con l’appoggio di alcune autorità locali. Soltanto con la mediazione del sociologo Nicolò Rezzara venne ricomposta la protesta, con gli operai che videro accolte parte delle loro richieste ed ottennero il riconoscimento della loro Lega Operaia da parte dell’azienda, nonché altri piccoli miglioramenti della condizione lavorativa. Questa mediazione viene indicata come fondamentale per la creazione in terra bergamasca del sindacato cattolico conosciuto come Confederazione italiana dei lavoratori, progenitrice della CISL.

Un ulteriore impulso all’economia locale venne dall’apertura sia della ferrovia della Valle Seriana, che dal 1884 permetteva il collegamento di merci e passeggeri da Bergamo a Clusone.

Tuttavia l’inizio del XX secolo, complice la crisi del 1929 e la successiva difficoltà dell’industria tessile, vide una notevole contrazione dell’occupazione con pesanti ripercussioni sull’emigrazione. Nella seconda parte del secolo il comune fu soggetto ad un tumultuoso sviluppo urbanistico, sociale ed economico. La popolazione difatti crebbe in modo esponenziale raggiungendo numeri inimmaginabili solo qualche decennio prima: al censimento del 1901 gli abitanti erano 1573, cifra quasi raddoppiata nel 1951, mentre un solo decennio dopo avevano raggiunto quota 3259. Il vero boom avvenne nei due decenni successivi, in seguito ad un’imponente cementificazione del territorio che fece lievitare i residenti a 4018 nel 1971 ed a 5262 nel 1981, con un conseguente snaturamento del territorio, ed unificazione in un unico nucleo abitativo delle differenti contrade fino ad allora separate.

Monumenti e luoghi d’interesse

 

Villa Camozzi

Numerose sono le architetture civili e religiose che caratterizzano il territorio.

La più nota è senza dubbio la villa Camozzi, edificata in stile neoclassico tra il 1810 ed il 1815 dall’architetto Simone Elia. Inizialmente di proprietà della famiglia Camozzi, che vide tra i suoi componenti i patrioti Giambattista eGabriele, verso la metà del XIX secolo fu un ritrovo di esponenti del risorgimento, tra cui anche Giuseppe Garibaldi. Dalle notevoli dimensioni, presenta una superficie coperta di 8.000 metri quadrati, suddivisa in numerose sale affrescate da artisti come Paolo Vincenzo Bonomini e la famiglia Salvatoni, con un parco pubblico, dotato di alberi secolari, vasto 60.000 metri quadrati. Dopo vari passaggi di proprietà, nel 1979 vi si insediò la sede dell’Istituto Mario Negri, centro di ricerca e degenza per le malattie rare.

Di notevole importanza è la villa Baldini in Viandasso che si presenta come struttura di cascina padronale, dotata di due corti interne separate, con giardino e distesi campi coltivati. Collocata nella piana alluvionale nei pressi del fiume Serio, in epoca romana fu un presidio di guardia, in quanto situata in zona strategica all’imbocco della val Seriana e presso un punto di guado sul fiume stesso. A partire dal XIII secolo fu dotata di sistema difensivo, di cui resta visibile la torre, e si trovò al centro di numerose dispute, anche sanguinose, che coinvolsero i proprietari di allora, la famiglia Tarussi. Dal XVIII secolo fu trasformata in casa di campagna, con masseria e stalle, attorno alla quale si svilupparono le colture dei cereali, della vite e della cipolla, grazie all’utilizzo della rogge (su tutte la Morlana) che passano nelle vicinanze. Nella seconda metà del XIX secolo venne acquisita dalla famiglia Baldini, che vi fece insediare anche una filanda. Attualmente la struttura, al centro di un’opera di rivalutazione, ospita un asilo nido, un’associazione di falconieri ed un percorso didattico sull’antica coltivazione di frutti.

 

La chiesa parrocchiale, dedicata ai “sette fratelli martiri”

Interessanti sono anche villa Beretta, edificata nella seconda metà del XVII secolo in località Chignola e che presenta un parco attiguo alla struttura principale arricchita con affreschi e decorazioni, e villa Adelasio. Quest’ultima, situata a fianco della vecchia strada provinciale della valle, all’incrocio con la deviazione perViandasso, venne costruita nel XIV secolo, epoca di cui sono visibili tratti di muratura e feritoie. Dopo l’epoca medievale venne riadattata a villa di campagna, prima riducendo l’altezza della torre poi, a partire dal XVIII secoloallungando la struttura e dotandola di affreschi e decorazioni.

In centro al paese, a fianco della chiesa parrocchiale, si trova villa Morlacchi, residenza borghese risalente al XVIII secolo. Dotata di un corpo principale affrescato dal Salvatoni, con due ali perpendicolari ed un brolo, nel XX secolovenne suddivisa in numerosi appartamenti privati, tra cui anche la sede del comando dei vigili.

In posizione più elevata, in località Botta, si trova l’edificio denominato Villalta, risalente alla seconda metà del XIX secolo. Dotato di una struttura con cinquanta stanze, nelle quali vi sono affreschi del Galvani, ed un parco con giardino all’italiana, fu proprietà del patriota Giuseppe Gamba. Nel 1960 venne ceduto alle Suore Sacramentine di Bergamo che lo adibirono a casa della spiritualità.

Storicamente rilevanti sono sia il Castello, situato nel centro del nucleo abitativo, che presenta caratteristiche derivanti dalla funzione difensiva ricoperta in epoca medievale, che il vecchio mulino in località La Patta che, datato 1179, sfruttava il corso della roggia Morlana ed era di proprietà dai Canonici di Bergamo.

In ambito religioso, l’edificio principale è la chiesa parrocchiale, dedicata ai santi Sette Fratelli ed a loro madre santa Felicita. Edificato in luogo di una precedente struttura risalente al 1524, della quale rimane soltanto parte del campanile, fu portata a termine nel 1801 da Simone Elia, su progetto di Giacomo Caniana, nipote del più noto Giovan Battista.

 

La piccola chiesa di san Rocco

Al proprio interno sono custodite opere di grande valore, tra cui gli affreschi di Francesco Comerio ed i dipinti diGiovan Battista Moroni (il Battesimo di Cristo ed il Cristo crocifisso con santi), di Gian Paolo Cavagna (laDeposizione”), di Francesco Coghetti (Martirio dei sette fratelli martiri) e Carlo Ceresa (Madonna in coro additata da San Giovanni).

Storicamente antecedente alla parrocchiale vi è la chiesa della Madonna Addolorata, citata in documenti già nel1334. Inizialmente sede di un Convento di Monaci benedettini Cluniacensi, dal 1489 ospitò la congregazione dei Frati Serviti, fino alla sua soppressione avvenuta nel 1660. Tra il XVIII ed il XX secolovenne sottoposto ad opera di restauro e trasformato in edificio residenziale.

Tra gli edifici religiosi, interessanti sono anche la chiesa di san Rocco, posta sulle pendici del colle di Ranica ed edificata nel XVII secolo, e quella coeva di san Dioniso, in località Viandasso.

A testimonianza dell’estrazione rurale del borgo vi sono inoltre numerose cascine, utilizzate a fini agricoli fino al secondo dopoguerra, specialmente in località Viandasso, nella piana che costeggia il fiume Serio e che accoglie il corso della roggia Morlana. Per tutelare queste realtà è stato istituito un PLIS denominato NaturalSerio, nel quale si sviluppa, in direzione nord, il tratto iniziale dellaciclovia della Valle Seriana, molto utilizzata dalla popolazione nel tempo libero.

Numerosi inoltre sono gli itinerari che partono dal paese e che si sviluppano sul colle di Ranica. Il principale di questi è quello contrassegnato dal segnavia del CAInumero 532 e che si sviluppa dalla chiesa di san Rocco salendo fino alla località “Cà del latte”, per raggiungere poi i borghi di Olera e Lonno.

Vi sono quindi passeggiate alla portata di tutti, con sentieri agibili sia per pedoni che per mountain-bike. La caratteristica di alcuni di essi è data dal fatto di passare a tergo di cascine adibite ad agriturismo, dove ci si può fermare a gustare le specialità eno-gastronomiche che la zona offre.

Popolazione Residente
5.981 (M 2.920, F 3.061)
Densità per Kmq: 1.437,7
Superficie: 4,16 Kmq
Codici
CAP 24020
Telefonico Prefisso 035
Codice Istat 016178
Codice Catastale H176
Informazioni
Denominazione Abitanti ranichesi
Santo Patrono SS. Fratelli Martiri
Festa Patronale 10 luglio
Etimologia (origine del nome)
Attestato come Larianca, deriva dal nome latino di persona Hilarius, con l’aggiunta del suffisso -icus o -ica.
Il Comune di Ranica fa parte di:
 Comunità Montana Valle Seriana
 Parco dei Colli di Bergamo
Località e Frazioni di Ranica
Chignola
Comuni Confinanti
Alzano Lombardo, Gorle, Ponteranica, Scanzorosciate, Torre Boldone, Villa di Serio
Ville e Palazzi
 Villalta
 Villa Camozzi
 Villa Beretta
 Villa Adelasio
 Villa Baldini
Chiese e altri edifici religiosi ranichesi
 Chiesetta di San Rocco
 Chiesa parrocchiale dei SS. Sette fratelli Martiri

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